Moviementu chiede trasparenza e diritti

Finanziamenti regionali, turismo e difesa delle opportunità di lavoro per il comparto audiovisivo regionale.

Fonte: Moviementu – Rete Cinema Sardegna

La rivista web di cinema “Cinemecum”, nel suo ultimo numero (quello di mercoledì 10 novembre), pubblica un articolo sulla ripercussione economica e sociale sul territorio della Sardegna delle riprese della serie TV dal titolo “L’isola del Dottor Pietro”, che vede il cantante Gianni Morandi come protagonista, l’isola di Carloforte come location principale per gli esterni, e la Regione Sardegna come sponsor importante con un finanziamento di 500.000 euro. Un articolo che trovo personalmente condivisibile nella maggior parte di quello che dice a proposito della ricaduta economica che le industrie culturali, e in particolare il cinema, sono capaci di generare sui territori. Tutto vero. Così come è vero anche che i comuni della Sardegna dovrebbero fare di tutto per entrare a far parte della compagine della Fondazione Sardegna Film Commission per poterne determinare le politiche e le azioni, cosa peraltro, come giustamente l’autrice dell’articolo fa notare, già prevista dallo statuto della Film Commission stessa  e soprattutto dalla legge regionale sul cinema di cui è diretta emanazione e strumento (è bene ricordarlo, ogni tanto).

Quella che non condivido assolutamente, invece, e non capisco, è la sufficienza con cui l’articolo tratta la legittima necessità, da parte di chi, in Sardegna, ha fatto dell’audiovisivo il proprio lavoro, la propria professione e la propria fonte di sostentamento, di conoscere i termini degli accordi della Regione Sardegna con la produzione della serie TV, e di sapere se siano stati siglati dei protocolli d’intesa in merito all’assunzione di professionisti locali (parliamo di tecnici e maestranze specializzate, non solo dei figuranti, degli autisti e dei manovali). È d’altronde un diritto dei cittadini quello di poter conoscere i termini delle decisioni di chi li rappresenta e amministra.

L’attrazione che la Regione genera nei confronti di qualsiasi sistema produttivo, sia esso una catena mineraria di estrazione della bauxite, o una serie televisiva, investendoci sopra consistenti risorse finanziarie, non può non tenere conto delle reali ricadute lavorative per i cittadini sardi o residenti in Sardegna che in quella precisa categoria lavorativa svolgono il loro lavoro.

Meno ancora quando tutti gli operatori del settore, sardi o residenti in Sardegna devono (com’è giusto che sia), ogni volta che cercano di mettere su un progetto con una produzione locale o di portare sul territorio isolano delle produzioni d’oltre Tirreno o straniere, passare attraverso dei regolari bandi, siano essi quelli per le opere d’interesse regionale o quelli per l’ospitalità previsti dalla Film Commission regionale.

Quando una produzione viene su un territorio non lo fa da benefattrice, lo fa da industriale. E la Regione dovrebbe trattare con l’industriale cui accorda un sostegno finanziario per ottenere il massimo beneficio per i suoi cittadini tutti senza snobbare, fra questi, proprio quelli che dal tipo di lavoro che si sta sovvenzionando traggono o dovrebbero trarre per formazione e professionalità il loro reddito, quel reddito sul quale, come tutti,  anche loro pagano le tasse che poi permettono di sovvenzionare un progetto filmico come un’industria chimica o una start up di innovazione tecnologica o una realtà editoriale.

Mi pare molto ingiusta la censura (a tratti velata, a tratti meno) che si fa in quest’articolo della legittima difesa che i lavoratori sardi del cinema cercano di fare della propria categoria. Ingiusto e leggero che si faccia passare per rimprovero o protesta (citando l’articolo: “si rimprovera alla Regione di aver assegnato le 500 mila euro alla Lux Vide senza criteri certi e trasparenza”) una legittima richiesta di informazioni (non un rimprovero quindi) su un atto amministrativo e politico che dovrebbe essere pubblico. E molto ingiusto e leggero (se non proprio brutto e triste) mi pare anche che si parli dei componenti la troupe della serie di Gianni Morandi come di bravissimi professionisti (cosa che nessuno, tanto meno io, mette assolutamente in dubbio) mentre si descrivono invece le maestranze e i tecnici sardi quasi come esordienti allo sbaraglio che  dovrebbero guardare e imparare per crescere (citando dall’articolo: “Alcune figure professionali sono state coinvolte, quelle che ovviamente necessitavano alla produzione, che conta già nella sua struttura troupe di grandi professionisti sui quali fare sicuro affidamento. Un’occasione unica, comunque, per i nostri per imparare e acquisire esperienza.”).

Come dobbiamo immaginarcela questa scena, questo set per cui la Regione ha speso 500.000 euro (un miliardo circa delle vecchie lire) dunque? I nostri macchinisti, elettricisti, assistenti alla regia, scenografi, assistenti scenografi, location managers tutti intorno al set a braccia conserte e bocca aperta a guardare che bravi che sono i continentali a fare il cinema? Forse sarebbe ora che si cercasse di svecchiare un pochino queste immagini polverose da cinema degli anni cinquanta e questa visione di se stessi (quando il se stessi sono gli altri, però) da cronaca del sottosviluppo.

Nessuno, lo ripeto per chiarezza, pensa che iniziative come il sostegno a un’operazione come quella dell’Isola del “Dottor Pietro” non possano costituire delle opportunità da sfruttare al meglio per la promozione dei territori. Il contrario piuttosto. Nessuno pensa, tantomeno io, che finanziare un’operazione come questa sia una minaccia per la legge che regola il cinema e l’audiovisivo in Sardegna.

Non vi è ragione al mondo, però, perché le riprese di una serie televisiva finanziate con soldi pubblici non possano e non debbano diventare anche occasione diretta d’occupazione per le figure professionali delle troupe cinematografiche presenti nell’isola, soprattutto quando a finanziare è la regione Sardegna, i cui fondi vengono direttamente dalle tasche dei lavoratori (del cinema e non) sardi. E non vi è ragione perché si censuri il diritto degli operatori sardi del settore di chiederlo e di chiedere che chi riceve contributi pubblici per un audiovisivo debba per lo meno sottostare a dei paletti, su occupazione e ricaduta economica, paragonabili a quelli cui sottostanno coloro che passano attraverso dei bandi regolari.

O si pensa che solo operai, minatori, insegnanti, pastori, agricoltori, tassisti, ferrovieri, avvocati giudici e impiegati abbiano il legittimo diritto di pretendere una difesa del loro lavoro da parte di chi li rappresenta?

Marco Antonio Pani

Regista e vicepresidente di Moviementu – Rete Cinema Sardegna

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